“Il pianista favoloso” – L’integrale per piano solo di György Ligeti – Bologna 2019

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Il 28 Febbraio 2019 a Bologna – presso l’Oratorio San Filippo Neri – si è tenuta l’integrale per pianoforte solo della produzione compositiva di György Ligeti (1923-2006), a cura di Divertimento Ensemble, nell’ambito del progetto “Call for Young Performers 2018”.

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Il corso si è svolto a Milano, con una Masterclass guidata dalla grande pianista Maria Grazia Bellocchio, a cui sono seguiti dei concerti nella stessa città. Perché realizzare un’integrale del genere? Le ricerche e gli studi sulla figura del compositore ungherese Ligeti sono proliferati già quando egli era in vita e sono esponenzialmente aumentati subito dopo la sua morte: questi semplici fattori, uniti al successo da lui ottenuto e la profondità della sua ricerca in campo compositivo, sono i principali elementi che fanno di György Ligeti uno dei massimi esponenti della musica contemporanea colta, inserito a pieno titolo nel novero dei “grandi” compositori di tutti i tempi.

La sua caratteristica principale, comunemente accettata in quanto desunta da sue dichiarazioni, è stata quella di porre un ponte sotterraneo con la tradizione, cercando sempre di integrare gli elementi più disparati della nostra costellazione musicale in un collage originale, a partire dal mondo di Bartók e dal folklore ungherese, sino alle ricerche di Stockhausen e Boulez, passando attraverso figure ritmiche e melodiche del jazz e della musica extra europea.

La produzione del compositore ungherese si delinea in uno sciame di opere singole, ognuna delle quali è un “microcosmo” – come ebbe a dire lo studioso Schreiber – in cui si sintetizza in maniera originale e personale tutta l’arte compositiva di Ligeti, uno dei più grandi “mâitre-à-penser” del nostro tempo, secondo il giudizio di Arrigo Quattrocchi in un articolo uscito proprio alla morte del Maestro. Le sollecitazioni scientifiche e matematiche si uniscono ad universi sonori inclassificabili (e per questo motivo originali) soprattutto nell’integrale pianistica.

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Nella produzione per pianoforte l’ispirazione passa da Scarlatti a Chopin, dalle poliritmie africane alle armonie tipicamente jazzistiche: “Metto le mie dieci dita sulla tastiera e immagino la musica”, ebbe a dire il Maestro, che avrebbe voluto essere un “pianista favoloso”. Di fronte alla genialità di brani come “Musica Ricercata” – undici brani che sembrano esplorare la possibilità di comporre con pochissimi suoni arrivando a confrontarsi con la fuga, con l’utilizzo del totale cromatico – si rimane affascinati. Queste peculiarità mostrano come Ligeti pensasse a fondere “tecnica e immaginazione” in un interscambio costante. Il concetto appena espresso viene esplorato soprattutto nei 18 Studi, un vero e proprio laboratorio produttivo organizzato in Tre Libri: si va ad indagare un singolo aspetto tecnico oppure un’idea formale di base, portando gli Studi a compimento in senso crescente come lo sviluppo di un organismo, studiando appunto la possibilità di combinare elementi semplici portati sino alla massima complessità secondo una prassi compositiva “ordine-caos”. Spesso si riallaccia e si ispira ad opere plastico-pittoriche, da cui mutua l’idea di fondo (ad esempio, “White in White”).

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Se nelle opere per orchestra degli anni ‘60 il compositore indaga un tessuto sonoro volto ad illustrare il fenomeno della staticità acustica, negli Studi e nella musica per pianoforte in generale tende a indagare il ritmo, la possibilità di combinazione di più strati ritmici, la “stratificazione”. Nel corso dei miei approfondimenti e in una conversazione con la collega del progetto Annalisa Orlando, a livello di sonorità in alcuni Studi addirittura si potrebbe parlare secondo alcuni critici di “neoimpressionismo” oppure in altri di veri e propri omaggi al contrappunto severo e alla musica di Johann Sebastian Bach (gli Studi del Terzo Libro sono de facto quattro enormi canoni).

La dimensione dello “Studio”, elaborata sin dai tempi di Musica Ricercata (che secondo alcuni avevano negli autografi originali la dicitura “Studi”) è presupposto fondamentale della ricerca ligetiana. Dare senso al caos, dare senso alla materia informe sono obiettivi primari del compositore, tendente ad utilizzare questa pratica anche riprendendo motivi tipici provenienti dal folklore e dall’ambito popolare: un esempio infatti sono i giovanili Cinque Pezzi a 4 mani, in cui è già presente la verve ritmica che caratterizzerà il Ligeti maturo.

All’ascolto, Ligeti è inconfondibile e la sua forza risiede anche nel riconoscimento di quanto scrive in partitura. L’inserimento di alcuni brani ligetiani in alcune pellicole cinematografiche di Kubrick (nonostante il Maestro fosse contrario) sta a dimostrare l’enorme potenziale della capacità immaginifica del compositore ungherese.

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Ligeti ha saputo in tutti i sensi guardare “Lontano”: una volta, un suo allievo gli chiese cosa ne pensasse delle moderne correnti della musica leggera e la risposta puntuale del Maestro fu “Hungarian Rock” per clavicembalo. Questo la dice lunga sul pensiero ligetiano e sulla sua estrema malleabilità in termini musicali.

Il musicologo Restagno ha detto in suo saggio che “c’è qualcosa di platonico” nella prassi compositiva ligetiana. Ciò è tendenzialmente vero se si unisce a mio avviso questo dato teoretico con un “aristotelismo” latente nel suo pensiero. I rimandi alla scienza – e anche alla sua passione per la chimica e la geometria dei Frattali – sono presenti come rete strutturale quasi in ogni composizione, indagando volta dopo volta la possibilità di ricerca del “telos”, il “Fine”. Quale è il fine, lo scopo, la teleologia di un brano di Ligeti? Forse ascoltandolo a fondo, studiandolo nei dettagli più remoti potremmo arrivare facilmente alla risposta. Perché – come disse Wittgenstein – ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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